Solventi cancerogeni nel Valdarno: chiusa un’azienda con 14 addetti

Solventi cancerogeni nel Valdarno: chiusa un’azienda con 14 addetti – 21/05/2018
La nostra rivista nei mesi scorsi ha fornito a tutti gli organi di vigilanza dati e documentazione approfondita sul fenomeno e cominciano a vedersi i primi risultati. Nella zona è stata sequestrata un’azienda che lavorava in assenza di autorizzazioni ambientali, producendo accessori per un nota griffe di moda. Emissioni non autorizzate, deposito incontrollato di rifiuti, reflui contaminati da prodotti chimici riversati nella pubblica fognatura. All’interno rinvenuti anche tre lavoratori a nero. Tutto sequestrato dalla Polizia Municipale e dal Dipartimento ARPAT

IGNORANZA O COMPLICITÀ?

Dove sono andate a finire le migliaia di tonnellate di solventi cancerogeni e teratogeni venduti negli ultimi 10 anni alle centinaia di aziende che operano nella zona del Valdarno?
Lo scorso anno, un’inchiesta della nostra rivista aveva evidenziato l’esistenza di una fitta rete di aziende di piccole e medie dimensioni, che svolgono lavori di subfornitura per i grandi gruppi toscani (Prada, Gucci, Ferragamo, Cavalli, Coveri, Pucci ecc) e i grandi marchi internazionali (Fendi, Louis Vuitton, Chanel, Dior ecc.).
Queste aziende, per la produzione degli accessori (borse, scarpe e abbigliamento, che richiedono fibbie, minuterie, bottoni, guarnizioni, chiusure e attacchi), utilizzano grandi quantità di solventi di lavaggio cancerogeni e teratogeni (trielina e normal propil bromuro), con il massiccio ricorso all’impiego di manodopera a basso costo di origine straniera, spesso utilizzate anche in nero.
E’ tecnicamente impossibile rispettare contemporaneamente i limiti di emissione in atmosfera e nell’ambiente di lavoro con questi prodotti: non esistono infatti sistemi a circuito chiuso che impiegano i suddetti solventi. Analizzando le autorizzazioni concesse alle aziende della zona (ricavabili dal sito della Regione Toscana), si evidenzia che i limiti fissati per trielina e npropil bromuro variano, a seconda dei casi, da 10 a 50 g/h, per 8 ore di lavoro giornaliere, per 220 giorni anno. Il rispetto di tali limiti comporterebbe consumi annuali di poche decine di kg (da 17 a 88), quando nella pratica i consumi reali delle aziende sono molto superiori ai 1000 kg/anno. Dove saranno finite le migliaia di tonnellate di solventi cancerogeni e teratogeni venduti negli ultimi 10 anni alle centinaia di aziende che operano nella zona? Le analisi sulle emissioni, per ammissione degli Enti competenti, non sono mai state fatte e non risulta che si facciano analisi di routine che prevedono la ricerca di solventi clorurati e bromurati, per verificarne la presenza nei pozzi pubblici e privati della zona.
Conoscendo il potenziale inquinante della trielina, è lecito chiedersi quale sia la situazione della falda acquifera della zona. Basta digitare su Google «trielina inquinamento falda acquifera» per trovare in tutta Italia decine di casi di inquinamento in prossimità di zone industriali o artigianali. Usi massicci e incontrollati fanno sì che la si trovi nell’acqua potabile, negli ambienti confinati (case, uffici ecc.), nell’aria, nelle falde acquifere profonde e nei suoli, anche molti anni dopo che le attività produttive sono chiuse, in quanto si tratta di una sostanza con una persistenza molto lunga nel tempo, per cui i costi di bonifica poi ricadono sempre sulla comunità.
E’ incomprensibile il motivo per cui la Toscana sia rimasta l’unica zona d’Italia in cui si usano tuttora macchine funzionanti con trielina e nPB. Non ci è chiaro se la situazione sia frutto dell’ignoranza degli utilizzatori di queste macchine o della complicità con i venditori, per cui da anni «Metal Cleaning & Finishing” porta avanti una campagna informativa sull’argomento, affinchè nessuno possa dire “non lo sapevo” (vedi articoli su www. lavaggio.com, alla voce “Trielina”).

I PRIMI CONTROLLI
Abbiamo quindi informato della situazione gli organi di vigilanza, fornendo a tutti gli Enti competenti dati e documentazione approfondita, coinvolgendo in un convegno pubblico, svoltosi a Montevarchi, le autorità pubbliche, i rappresentanti sindacali, le associazioni di categoria artigianali e industriali. I primi risultati cominciano a vedersi e dopo le denunce i controlli interforze sulle attività produttive ad impatto ambientale hanno scoperto vicino a Campi Bisenzio un’azienda, in piena attività lavorativa, con 14 dipendenti, di cui tre privi di regolare contratto lavorativo, che riceveva commesse lavorative da parte di un’azienda italiana, dalla quale risultava autorizzata ad operare con un noto marchio di moda.
All’interno dei locali sono stati rinvenuti numerosi prodotti chimici, necessari per le varie fasi lavorative.
L’azienda non aveva mai richiesto alcuna autorizzazione ambientale per le emissioni derivanti dall’utilizzo di prodotti chimici nelle varie postazioni di lavoro e inoltre il Nucleo Ambientale della Polizia Municipale ha accertato che i rifiuti di lavorazione, anziché essere correttamente gestiti come rifiuto e pertanto smaltiti mediante ditta autorizzata, venivano riversate direttamente nel lavandino del bagno, per poi da qui finire in pubblica fognatura.
Nel piazzale esterno della ditta sono inoltre stati rinvenuti rifiuti industriali mescolati ad avanzi di cibo, plastica e carta e l’azienda non è stata in grado di dimostrare la gestione di tali rifiuti, che dovevano invece essere correttamente differenziati per tipologia per il successivo ritiro da parte di smaltitori.
Il titolare dell’azienda è stato pertanto denunciato per le numerose violazioni alla normativa ambientale e sono stati apposti sigilli all’immobile, mentre il personale dell’ispettorato del lavoro, presente all’intervento, ha provveduto a sospendere l’attività imprenditoriale.
L’intervento dimostra, qualora ve ne fosse ulteriore bisogno, che nonostante le difficoltà degli Enti pubblici preposti al controllo della salute negli ambienti di lavoro edelle emissioni in atmosfera, sempre meno dotati di risorse umane e finanziarie, è necessaria una maggiore vigilanza e controllo del territorio in questo specifico settore, in quanto sono coinvolti non solo centinaia di lavoratori, che rischiano quotidianamente la loro salute, ma anche i cittadini di quelle zone, che subiscono, senza saperlo, gli effetti della diffusione incontrollata di sostanze molto pericolose.

CONCORRENZA SLEALE
Le alternative a basso impatto ambientale sono disponibili da tempo, ma le poche aziende che le hanno introdotte, effettuando importanti investimenti, subiscono la concorrenza sleale di coloro che continuano a utilizzare solventi pericolosi, aggiungendo così il danno economico alla beffa.
La nostra redazione nei mesi scorsi aveva contattato telefonicamente circa 200 aziende che nella zona del Valdarno effettuano lavorazioni di pulitura e di lavaggio, per verificare il tipo di prodotti e di macchine utilizzate. Circa 100 aziende hanno rifiutato di fornire qualsiasi tipo di informazione (e possiamo immaginarne il motivo…), mentre le altre sono state molto collaborative nel fornire dati qualitativi e quantitativi sui prodotti e gli impianti utilizzati. I risultati sono stati comunque sconfortanti: il 35% delle aziende ha dichiarato di usare prodotti cancerogeni e teratogeni e solo il 13% ha dichiarato di usare prodotti alternativi (il 52% non ha risposto).
Questa prima indagine ha dimostrato che cominciano, timidamente, a diffondersi macchine che impiegano prodotti alternativi (detergenti acquosi, solventi fluorurati, alcoli modificati). La suddivisione percentuale è la seguente:

  • Acqua = 1%;
  • Trielina = 9%;
  • Percloroetilene (in macchine a circuito chiuso) = 6%;
  • Npropil bromuro = 26% – Fluorurati (HFE, HFO) = 4%;
  • Alcoli modificati (in impianti a circuito chiuso) = 2%;
  • Non risponde = 52%

BOCCHE TAPPATE
Esiste un’ampia letteratura sui casi di morte sul lavoro causati dalla trielina (su lavaggio.com ne parliamo dettagliatamente) e anche gli operatori del Valdarno ci hanno raccontato diversi casi.
Qualcuno è morto a causa di tumori, qualcun altro ha rischiato la vita cascando nella macchina a trielina durante la manutenzione, a causa dei vapori residui, che fanno perdere conoscenza: nessuno però ha voluto venire a raccontarli al convegno di Montevarchi, un po’ per paura delle autorità sanitarie, un po’ per timore di ritorsioni da parte dei concorrenti.
Tra le voci raccolte, ricorre spesso il fatto che ci sarebbero alcuni commercianti di prodotti galvanici che obbligano i pulitori a usare trielina o nPB, pena la perdita del lavoro, con la scusa che ci sarebbero specifici capitolati che lo impongono (le griffes hanno smentito categoricamente che esistano capitolati del genere).

CIRCUITO CHIUSO FASULLO
Per molti anni alcuni costruttori hanno venduto nella zona del Valdarno macchine spacciate per “circuito chiuso”, ma che in realtà sono ben lontane dal rispettare i necessari requisiti di sicurezza nell’ambiente di lavoro e i limiti di emissione in atmosfera.
In sede europea, l’ECHA (European Chemicals Agency) consente di autorizzare gli impianti che usano trielina in conformità a quanto previsto dalle norme Reach, per cui si possono usare solo macchine di tipo III, IV e V, ben descritte da uno studio del 2003 (J. von Grote, Occupational Exposure Assessment in Metal Degreasing and Dry Cleaning – Influences of Technology Innovation and Legislation, Dissertation n° 15067, ETH Swiss Federal Institute of Technology Zurich, Zurich, Switzerland), che è diventato la “bibbia” degli operatori del settore.
Tali impianti, per l’utilizzo di trielina sarebbero talmente complessi e costosi che nessun costruttore si è mai azzardato a costruirne e installarne uno in Italia. Non c’era comunque bisogno di aspettare le indicazioni europee per non autorizzare gli impianti con “finto circuito chiuso”, che in realtà sono macchine più o meno carenate.
Bastava prendere in considerazione il dettato del dlgs 152, art 272, comma 4, lettera b, che vieta espressamente la concessione di autorizzazioni generali per i solventi classificati H350, H340, H350i, H360F, H360FD, H341 (di cui fanno parte trielina e nPB), mentre in caso di autorizzazione ordinaria era evidente l’impossibilità oggettiva di rispettare un limite di emissione di 10 g/h (al superamento del quale scatta il limite di 2 mg/ Nm3).
Negli ultimi 10 anni la trielina è scorsa a fiumi nel Valdarno, in parte sostituita da nPB (teratogeno), senza che sia mai stata controllata una sola macchina per verificaresia le emissioni al camino, sia il rispetto dei requisiti previsti dal dpr 59/2013 per le macchine a circuito chiuso, che al punto m) allegato 1 (che riguarda le attività in deroga, tra cui le attività di “Sgrassaggio superficiale dei metalli con consumo complessivo di solventi non superiore a 10 kg/ giorno”), prescrive una serie precisa di requisiti, costantemente evasi dai costruttori.

IN TOSCANA NON ESISTONO LAVATRICI A CIRCUITO CHIUSO FUNZIONATI CON TRIELINA
In Italia ci sono migliaia di macchine a circuito chiuso funzionanti con percloroetilene, ma nessuna con trielina. Il motivo richiede una dettagliata spiegazione tecnica. Gli esperti sanno che il circuito frigorifero di una macchina a circuito chiuso deve “essere funzionante a temperatura adeguata rispetto al solvente utilizzato”. Il percloroetilene ha una temperatura di solidificazione di -21°C, per cui il sistema di condensazione previsto (di almeno -20°C, di solito compreso tra -25 e -28°C) è da ritenersi efficace, anche se le macchine con dimensioni di botte superiore a 0,6 m3 necessitano sempre di un filtro finitore a carboni attivi, in quanto il solo sistema di condensazione non è sufficiente a garantire il rispetto del limite di emissione di 100 g/h, al superamento del quale scatta il limite di 20 mg/Nm3.
La trielina invece si caratterizza per una temperatura di solidificazione di -84,5 °C, per cui è impossibile che con un ciclo frigorifero funzionante a -20°C (o poco meno) si possa rispettare il limite di emissione di 10 g/h (al superamento del quale scatta il limite di 2 mg/Nm3).
Per essere garantiti sulle emissioni di trielina bisognerebbe adottare un sistema di condensazione molto più spinto (che in Italia non si è mai visto) o più semplicemente adottare sempre un filtro finitore a carbone attivi a valle del tradizionale sistema di condensazione (-20°C).
Secondo il parere dei costruttori di impianti di depurazione, il rispetto del limite di 2 mg/Nm3 a valle di un trattamento a carboni attivi rappresenta un obiettivo molto impegnativo, con velocità di attraversamento decisamente più lente di quelle consuete e tempi di contatto molto più lunghi, con relativo appesantimento dei costi di investimento e gestione.
Analogo discorso si può fare per l’impiego di n-propil bromuro, con l’aggravante che la temperatura di congelamento (solidificazione) è -108°C.
Va detto anche che l’abbattimento della trielina mediante adsorbimento non è un’operazione così “semplice” da eseguire come avviene per il percloroetilene: la maggiore instabilità della trielina, la sua tendenza ad acidificare in presenza d’acqua e la bassissima concentrazione imposta al camino, costringono all’uso di impianti di abbattimento più “sofisticati” e dai costi elevati (a volte anche superiori al costo della stessa lavatrice): ecco spiegato il perchè non esistono lavatrici a circuito chiuso che impiegano trielina (lo stesso discorso vale per l’nPB).
Le problematiche ambientali non si limitano però alle sole emissioni al camino. E’ noto, infatti, che la maggior parte delle emissioni in ambiente (interno ed esterno) di una lavatrice derivano dalle emissioni diffuse, mediamente attorno all’80-85% delle emissioni totali. Esse sono prevalentemente dovute alla presenza di solvente residuo nei pezzi lavati (causata spesso da cicli di asciugatura troppo brevi o dalle caratteristiche intrinseche dei pezzi) e a perdite di varia natura (guarnizioni logore, travasi di solvente non a circuito chiuso, manutenzione, ecc.). Una lavatrice con trielina o nPB, dunque, a meno di non essere super accessoriata (cioè molto costosa) e di essere condotta in modo estremamente rigoroso (ma sappiamo quanto sia forte la tentazione, per esigenze produttive, di derogare dalle norme di buona conduzione…), rilascerebbe in ambiente di lavoro la maggior parte delle proprie emissioni, con grave rischio per la salute degli operatori (ricordiamo che il TLV/TWA è 10 ppm, mentre il TLV/ STEEL è 25 ppp).

IL RUOLO DELLE GRIFFES
Abbiamo chiesto la collaborazione dei grandi marchi che producono gli accessori per la moda, in quanto non è concepibile che l’immagine di un settore fondamentale per la nostra economia possa essere offuscata da processi produttivi pericolosi per i lavoratori e per l’ambiente.
Abbiamo quindi proposto di eliminare dalle lavorazioni l’impiego di solventi cancerogeni e teratogeni, ma le risposte sono state quasi tutte evasive, tranne quella di Gucci, che ha invitato i propri fornitori e sub-fornitori a sostituire le sostanze cancerogene e/o teratogene. In sintesi la posizione delle aziende che ci hanno risposto è questa: l’uso dei composti cancerogeni e teratogeni è sottoposto all’autorizzazione dell’ente pubblico, ogni altro uso improprio e non conforme alle indicazioni di legge è responsabilità del soggetto utilizzatore.
Si tratta di un atteggiamento pilatesco, in quanto la responsabilità sociale di un’impresa non si esaurisce nel puro rispetto degli obblighi di legge, bensì comporta anche un’attenzione all’impatto delle proprie attività (in tutta la filiera produttiva) sulla salute dei lavoratori e sull’ambiente esterno. Le aziende del settore sono quasi tutte certificate SA 8000 (SA sta per Social Accountability, cioè Rendiconto Sociale), un sistema di gestione aziendale che prevede il rispetto del valore delle risorse umane e dell’ambiente esterno lungo tutta la catena di fornitura. La certificazione ”etica”, è nata per assicurare condizioni di lavoro che rispettino la responsabilità sociale, un approvvigionamento giusto di risorse ed un processo indipendente di controllo per la tutela dei lavoratori. In particolare, lo standard prevede requisiti specifici tra i quali: garantire la sicurezza sul luogo di lavoro; garantire la salubrità del luogo di lavoro; garantire il diritto dei lavoratori di essere tutelati dalla contrattazione collettiva. Poichè le leggi vigenti prevedono già sia la tutela dei lavoratori e dell’ambiente, sia il rispetto dei diritti sindacali, è ovvio che alle aziende certificate SA 8000 si chieda di fare un passo in più, ad esempio eliminando sostanze particolarmente nocive, anche se la legge consente di usarle, oppure facendo in modo che in tutta la filiera produttiva siano applicate modalità di lavoro e remunerazioni adeguate.
Si tratta di condizioni che il terzismo sfrenato (fatto di fornitori, sub-fornitori e sub-sub-fornitori) rende quasi impossibile realizzare, in quanto questa perversa catena, che nel nostro Paese ha fatto la fortuna di vari distretti produttivi, è fondata sullo sfruttamento della concorrenza e sulla guerra al ribasso dei prezzi, che inevitabilmente incide negativamente sulle condizioni di lavoro e sull’ambiente esterno, specie quando i controlli pubblici sul rispetto delle norme ambientali, sindacali, contributive e fiscali sono quasi inesistenti. Crediamo che i margini operativi delle società del settore siano tali da consentire scelte coerenti con i principi della responsabilità d’impresa, come hanno sottolineato i sindacati nel corso del convegno di Montevarchi. Ad esempio Prada nel 2016 ha fatturato 3.2 miliardi di euro, con utili per 278,3 milioni di euro, mentre Salvatore Ferragamo ha chiuso l’anno con ricavi per 1,44 miliardi, con un utile netto in forte miglioramento (salito da 172 milioni a 201 milioni).

Il comunicato di Gucci
Il marchio Gucci, tra i primi ad avere intrapreso volontariamente un concreto e tangibile percorso di responsabilità sociale e sostenibilità del proprio business, coerentemente con le attività di audit connesse alla certificazione SA8000, conferma che tutti i suoi fornitori di primo livello di servizi di pulimentatura (pulitura meccanica, smerigliatura, spazzolatura e lucidatura su pezzi che dovranno successivamente subire un processo galvanico) sono regolarmente richiesti (e monitorati) ad utilizzare nei processi di lavorazione di prodotti Gucci solo sostanze consentite dalla legge, con gli impianti e i dispositivi di protezione individuale previsti, sostituendo le vecchie sostanze cancerogene e/o teratogene. Gucci invita inoltra costantemente gli stessi fornitori diretti ad attuare processi di responsabilizzazione e condivisione virtuosa di tali processi con i loro sub-fornitori.

Il comunicato di Prada
Nel 2017 è stato pubblicato il nuovo report di sostenibilità per l’anno 2016, in cui è riportata la decisione di Prada di allineare i propri requisiti contenuti nella RSL all’approccio “proattivo” delle “Linee Guida sui requisiti ecotossicologici per gli articoli di abbigliamento, pelletteria, calzature e accessori della Camera Nazionale della Moda Italiana”. Il dettaglio delle linee guida è disponibile sul sito di Camera della Moda. L’azienda non impone obblighi nei capitolati che vadano contro alla normativa in materia di uso dei composti fluorurati. L’uso dei composti fluorurati è sottoposto ad autorizzazione dell’ente pubblico, ogni altro uso improprio e non conforme alle indicazioni di legge è responsabilità del soggetto utilizzatore.

La risposta di MCF a Prada
Le linee guida della Camera Nazionale della Moda Italiana non escludono l’impiego di solventi cancerogeni e teratogeni. Il vostro “Codice etico”” invece prevede, citiamo testualmente, “…che il rispetto dei principi etici sia un pilastro fondamentale alla base dei propri valori e del proprio successo…” puntando sul “…rispetto del valore dellapersona e delle risorse umane… dell’ambiente e sulla sensibilizzazione alla tutela ambientale…”. Tali principi riguardano “…la tutela dei lavoratori lungo la catena di fornitura…” nonchè il rispetto delle “…norme per la salute e la sicurezza all’interno della sua organizzazione e lungo la catena di valore”.
La nostra proposta è perfettamente coerente ai principi da voi enunciati, in quanto l’eliminazione dalle lavorazioni dei solventi cancerogeni e teratogeni (che non riguarda i composti fluorurati, da voi erroneamente citati, bensì quelli clorurati e bromurati) risponde perfettamente all’impegno che voi stessi avete preso con il vostro Codice etico, che recita testualmente: “…anche i partner del Gruppo vengono incoraggiati a superare i requisiti minimi stabiliti dalle normative, nonché a favorire la comunicazione tra tutte le parti coinvolte per facilitare l’attuazione e il rispetto degli standard, allo scopo di creare rapporti di lavoro positivi. Nella relazione con i fornitori si incoraggia la sensibilità sociale, e si promuove la conoscenza delle normative e l’adozione delle principali certificazioni ambientali, sociali e di qualità”.

Il comunicato del Gruppo Salvatore Ferragamo
Il Gruppo Ferragamo riconosce l’importanza di produrre e commercializzare prodotti che risultino conformi dal punto di vista della sicurezza chimica alle normative presenti nei mercati globali e questo sia nei processi produttivi che nell’intero ciclo di vita dei prodotti. Per questo, nell’ambito di un attento e rigoroso processo di qualificazione, il Gruppo richiede ai propri fornitori l’autocertificazione REACH, ossia il rispetto di quanto previsto dalla legislazione comunitaria (Regolamento EU n.1907/2006) in merito all’impiego di sostanze pericolose nei processi produttivi. Il Gruppo richiede inoltre ai propri fornitori anche la dichiarazione di accettazione della policy dell’Azienda che prevede un solo livello di subfornitura

La risposta di MCF al Gruppo Salvatore Ferragamo
A nostro avviso la certificazione Sa 8000 impegna le aziende non solo al rispetto degli obblighi di legge, ma comporta anche un’attenzione particolare all’impatto delle proprie attività su tutta la filiera produttiva, sulla salute dei lavoratori e sull’ambiente esterno. I principi della responsabilità sociale prevedono di superare i requisiti minimi stabiliti dalle normative, come indicato nella nostra proposta di eliminazione dalle lavorazioni dei solventi cancerogeni e teratogeni. Il comunicato di Emilio Pucci In funzione della segnalazione pervenuta dalla rivista MCF, è stata fatta una ricerca sull’utilizzo di trielina o nPB per la pulizia di parti metalliche. La verifica ha dato esiti negativi. La nostra azienda si interfaccia con un unico centro di galvanica (punto di riferimento anche per i sub-fornitori) il quale è sottoposto periodicamente a controlli sulle sostanze utilizzate nel ciclo di lavorazione.

La risposta di MCF a Emilio Pucci
Ringraziamo per la precisazione, ma vi segnaliamo che la galvanica a cui fate riferimento (come la maggior parte delle galvaniche operanti nella zona) molto probabilmente distribuisce il lavoro di pulitura e di lavaggio ad altre aziende, di cui difficilmente è in grado di controllare i materiali utilizzati. Sarebbe quindi importante che voi indicaste espressamente nei vostri capitolati vincolanti per i vostri fornitori e sub-fornitori, il divieto di utilizzo di trielina e nPB.

L’ESPERIENZA DI REPORT
La celebre trasmissione televisiva ha dedicato vari servizi sul mondo della moda e l’impressione che abbiamo ricavato dalla nostra inchiesta sul lavaggio degli accessori (escludendo Gucci, che ha accolto pienamente la nostra proposta di eliminazione dalle lavorazioni dei solventi cancerogeni e teratogeni) non si discosta molto dalla sintesi amara fatta dalla giornalista Sabrina Giannini, che riportiamo integralmente.
«Nell’ultimo decennio la Toscana, culla della pelletteria, è diventata zona franca al servizio di molti marchi del lusso che hanno trovato il sistema per produrre al ribasso in Italia, senza delocalizzare in Cina. Fummo i primi a dimostrarlo nel 2007 in una puntata intitolata “Schiavi del lusso”. Ispettori del lavoro, dell’INPS, Guardia di finanza, ma anche associazioni di categoria e sindacati devono essersi persi dentro l’enorme buco nero che crea un danno incalcolabile all’economia e all’occupazione. Qualcuno raccoglierà le briciole che cascano dalle tasche dei miliardari del lusso, ma intanto la concorrenza sleale sta penalizzando gli artigiani onesti che esigono il giusto compenso orario, pagare le tasse e garantire il lavoro ai propri dipendenti».

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